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| LEGGENDE | ||||
In ordine di tempo: |
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BERNABÒ E BERNAACA (BERNABÒ E BERNAVACCA) |
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Al sec. XIV si fanno risalire alcune leggende tramandate oralmente sulla presenza del Bernabò a Pagazzano. Si narra che un giorno alcuni contadini di Pagazzano dovettero portare della legna a Bergamo. Forti della potenza del loro signore, contavano di non avere intralci al loro passaggio. Infatti, ai gabellieri della città che intimavano loro di pagare la tassa, essi risposero che Bernabò Visconti non doveva pagare alcuna gabella. I soldati giocando sul nome del tiranno presero in giro i semplici contadini affermando di non conoscere alcuna autorità in proposito né di "Bernabò" né di "Bernaaca".
Ritornati a Pagazzano raccontarono il fatto al loro Signore che da quel momento tramò la vendetta. Infatti, narra ancora la leggenda, invitò nel castello i gabellieri e organizzò per quell'incontro un lauto banchetto. Ma ad un cenno convenuto li fece arrestare dalle guardie e condurre nel vicino torchio per essere stritolati. Durante il macabro rituale si dice che chiedesse loro con sarcasmo se in quel preciso momento riuscissero finalmente a capire la differenza che intercorreva tra Bernabò e Bernaaca. Ad ogni risposta sbagliata Bernabò ordinava: "Ancora una taca" (riferendosi ad un giro della vite che regolava l’abbassamento della trave del torchio). In realtà, ancora oggi esiste all'interno del castello un maestoso torchio, ma non deve essere quello descritto nella leggenda poichè la sua costruzione, testimoniata dalla data incisa a fuoco nel legno della grandissima trave orizzontale che lo sovrasta e scolpita nel marmo del basamento, è del 1736. |
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L'INNOMINATO |
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Il Manzoni inventò la vicenda di Renzo e Lucia e di altri uomini del XVII secolo prendendo spunto dalle sue conoscenze storiche e trasportandole in seguito nella forma del romanzo "storico didattico" che conosciamo, ambientandolo sulle rive del lago di Lecco. La figura dell'Innominato ha incuriosito gli studiosi a tal punto che molti, fin dall'uscita de "I promessi sposi", effettuarono ricerche accurate per scoprire chi fosse in realtà quell'oscuro personaggio. Lo stesso scrittore, pur non rivelando esplicitamente il nome di quell'uomo, lasciò credere a più persone che quel figuro non era altro che Francesco Bernardino del ramo dei Visconti di Brignano che avevano possedimenti in Pagazzano. La confidenza fu alla fine raccolta da alcuni amici dello scrittore i quali raccontarono che il mistero sul nome del personaggio nasceva dall'esigenza di non rivelare palesemente antiche parentele un poco scomode delle quali era meglio tacere a causa delle vicissitudini capitate in quei tempi. In proposito esiste una buona documentazione storica sulla storia dei contrasti tra il senato milanese e le scorribande di quello scomodo rampollo della casa Visconti. Carte e pratiche processuali nei confronti dei misfatti perpetrati dal Bernardino che ad un certo punto si interrompono definitivamente (forse ciò fu dovuto ad un repentino cambiamento di vita - come ben scrive il Manzoni? -). Tra la documentazione si rammenta pure una fotografia di un antico dipinto pubblicata in un'opera del Donini e curata-riproposta dall'amministrazione comunale di Brignano in cui si legge sul cartiglio dello stemma dei Visconti la seguente dicitura: "Bernardino Visconti. Feudatario di Brignano e Pagazzano". |
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DON DEFENDENTE DE REGIBUS: UNA LEGGENDA DIVENUTA STORIA |
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È pure di questo periodo una controversia che sfociò in un tragico epilogo. La questione vide la contrapposizione di un sacerdote di Pagazzano, don Defendente de' Re, con i Visconti. Questi ultimi vantavano un presunto diritto sulle proprietà della chiesa di Pagazzano perché un loro antenato - don Galeazzo Visconti - dopo che si era fatto sacerdote si era appropriato dei beni della parrocchia donandoli in seguito illecitamente in eredità ai suoi parenti. Il nuovo parroco aveva capito la trama e l'imbroglio del suo predecessore, perciò aveva intentato causa presso e il Senato di Milano e il Re per ottenere giustizia. I Visconti, non potendo accettare che un uomo mettesse dei bastoni fra le loro ruote, assoldarono un sicario per ucciderlo. Il fattaccio avvenne la sera del 23 ottobre 1651. A questa storia si accompagna la leggenda che vuole che l'assassinio fosse un barbiere di Brignano. Egli, dopo il mostruoso atto, altrepassò il Fosso Bergamasco (che distava circa 1,5 km dal centro) per rifugiarsi nelle terra di S. Marco sia per sfuggire alla giustizia sia per ricevere la ricompensa per il "lavoro" effettuato. Si dice che appena oltrepassò il confine ricevette nella schiena una fucilata come ricompensa che zittì per sempre ogni eventuale suo pentimento e testimonianza. |
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IL TUNNEL SOTTERANEO |
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Gira ancora oggi voce che in tempi non troppo remoti alcuni pagazzanesi nottetempo si intrufolarono in una botola sconosciuta situata all'interno del castello per trovare il famoso tunnel che avrebbe collegato il castello di Pagazzano con quello di Brignano. Dopo varie ricerche (si dice che) fu trovato il misterioso ingresso che dava accesso a enormi androni che avrebbero potuto accogliere persino una carrozza pronta per la fuga dei signori del maniero in caso di pericolo. Si narra che la perlustrazione dei sotterranei fu però interrotta dal pantano, da alcuni crolli di volte e soprattutto dallo spegnimento delle torce che indusse i novelli esploratori ad abbandonare precocemente l’impresa. Da allora più nessuno ha ritrovato il passaggio segreto (anche perché nessuno sa dov'è l'ingresso al tunnel!). |
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GIOVANI FANCIULLE |
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Si tramanda pure che nel maniero ogni tanto il signore del posto (un pò gonzo - a dir la verità -) per trastullarsi facesse scorrerie tra i campi e le cascine della zona. Inviava perciò i suoi uomini (alcuni parlano dei "Bravi" di manzoniana memoria) anche nei villaggi confinanti dove, insieme alle consuete ruberie, rapivano giovani e avvenenti fanciulle. Dopo soprusi di ogni genere e gozzoviglie, esse venivano fatte sparire in pozzi non ben definiti o fatte a pezzi. |
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